nitida divisione

C’è chi rappresenta quella socialdemocrazia ormai tristemente sconfitta che si affida ancòra all’illusione del riformismo, dei principi etici d’impresa, dell’onestà individuale, e via discorrendo. Come se questo bastasse ad ottenere una reale trasformazione sociale. In realtà la valorizzazione del capitale si manifesta già con la perdita di valore del lavoro e l’avanzamento della schiavitù. Quindi i giochi sono fatti.

Chi più chi meno, assuefatti a quelle dottrine che si mascherano dietro teorie di libertà, di progresso, di giusti profitti ottenuti con la …destrezza (meritocratica!) e abbandona i grandi agglomerati alla collera. Poi, per ristabilire un ordine, riempie le prigioni di esclusi. Sull’altra sponda dell’Atlantico il tasso d’incarcerazione va da quattro a dieci volte il “valore” europeo. Non ci resta che attendere un decennio, fors’anche meno, per parificare i conti.

Viviamo in una società di avanzata insicurezza. Non solo perché essa genera e tollera ogni ingiustizia ma perché ha eretto a paradigmi della crescita (settoriale e discriminante) l’insicurezza e la precarietà quali principi organizzativi della società. Ad ogni settore dell’esistenza, si tratti di lavoro, di famiglia, di benessere, la precarietà è onnipresente, e pesa come una sorta di sanzione incombente su coloro che non possono commettere errori, pena l’esclusione. L’oggettivazione degli individui.

Si vede già l’emergere di “due popoli” che si traduce poi inevitabilmente nel fallimento (o nel compimento) del cosiddetto “modello liberale di strutturazione sociale aperta“: ottimo bacino di manodopera “flessibile”. E, d’altra parte, di elettori.

Tutto ci indica il passaggio definitivo a un’ideologia da confronto sociale perenne che mira a stratificare la popolazione in fasce di reddito. Così da costruire in forma ideologica la propria identità sul reddito, facendo leva anche sul privilegio residenziale. Super Zips per benestanti e slums periferici per quelli in coda. Non si tratta, dunque, di spiacevoli “sviste” nell’organizzazione urbana, ma di una vera e propria strategia pianificata in “vista” di una riedizione dell’antica (mai dimenticata) e nitida divisione tra ricchezza e povertà.