contesti ristretti

Dacché mondo è mondo …moderno, si è sempre speculato sulla capacità di rendere apparentemente soft i cambiamenti sociali fondamentali. O perlomeno si è sempre voluto possedere i dispositivi ideologici, propagandistici e dialettici, tali da innescare il processo negandone l’evidenza: strumenti assai potenti, tuttora ben presenti, oggi finalizzati a una strategica frammentazione individualistica delle disuguaglianze e alla cosiddetta “denazionalizzazione silenziosa”. Siamo al centro di uno spostamento di valori che vuole trasformare lo stato nazione in un concetto obsoleto. Un’aulica fuga in avanti.

La subdola strategia della mondializzazione in atto, non risiede tanto nei fatti macroscopici spesso segnalati da un sano spirito critico qua e là ancora presente in dosi omeopatiche, immediatamente tuttavia contestati, perfino negati, dai ferventi mondialisti. La sua negatività latente risiede soprattutto nei suoi processi inizialmente quasi impercettibili, ma che si rivelano devastanti al loro epilogo. Un linguaggio lambiccato che parla di innovazione continua, di messa in sinergia, di contesti partecipativi, di progetti condivisi, di scambi costruttivi, di lotta alle discriminazioni. Il tutto condito da una visione nobilitante del mercatismo planetario e contrassegnata da slogan ormai stantii ma prepotentemente efficaci tipo: il libero gioco degli interessi e della concorrenza porterà la prosperità sull’intero pianeta, favorendo nel contempo un fondersi di diversità che sappia abbattere ogni muro.

Inoltre in tale ambito si è venuta a creare un’ambigua alleanza tra cinici fautori della libera circolazione dei capitali, che esigono la dialettica di un popolare rispetto di un seppur astratta idea di libertà che sappiamo diventare molto concreta, negli interessi mercantili immediati  e che viene indicata come nuova frontiera di un inarrestabile processo. Una visione illusoria, tuttavia imposta, che affascina, altrettanto fanaticamente, coloro convinti di una umanitaria, totale e salvifica libera circolazione delle genti, con relativo abbattimento di ogni concetto territoriale, senza avanzare nessuna nota critica relativamente ai conflitti di ordine sociale già innescati negli ambiti più esposti. In realtà sappiamo il diffondersi di una enclavizzazione di tipo verticale dove i muri sono ben presenti nella divisione redditocratica dei grandi centri urbani.

Non si tratta di essere stolti avversari della globalizzazione mercantile, si tratta più semplicemente di riflettere sui presunti “valori”  che codesto oltranzismo su scala planetaria vuole diffondere come verità incontestabili. Su di essi esiste un veto quasi religioso che impedisce ogni critica. Coloro che osano infrangere il tabù di una passiva accettazione sono ipso facto definiti come reazionari. Una posizione critica relativa ai “presunti” valori mercantili non è mai intesa come una scelta di ordine democratico: è una posizione ritenuta estrema e condannata moralisticamente.

Ciò si traduce in una cosmopolitizzazione del pensiero egemone e a una emarginazione della popolazione stanziale o ciò che rimane di essa dopo essere stata dispersa, perfino smantellata durante il processo di flessibilizzazione contrattuale. Classe subalterna sempre più indigenizzata e impotente, confrontata con il trasferimento del lavoro in altri territori di convenienza e posta davanti al sorgere di quartieri periferici abitati da una nuova forza lavoro importata a basso costo con statuti da pre-sindacalismo. Mondi lontani seppur contigui succubi della nefasta riconfigurazione dello sfruttamento globale.

Cosicché le regole del gioco sociale sono determinate dai sedicenti decisori  senza alcuna procedura democratica formale. Loro sono il decisore: liberale, multiculturale, postnazionale e in armonia con il nuovo progetto antropologico emergente. Per cui non rimane loro altro che imprimere il rigetto di una categoria di cittadinanza pur sempre indigena, automaticamente etichettata da infamanti attributi scelti per convenienza specifica quindi di essere, di volta in volta, “pericolosamente” sovranista, nazionalista, essenzialista, xenofoba, quindi razzista. Una categoria da silenziare.

E da qui il dogma della mobilità geografica perenne di capitali uomini e cose, che diventa valore “esclusivo”: (che… esclude la grande maggioranza stanziale) favorendo invece una nuova forma di gerarchizzazione redditocratica su scala planetaria, sulla cui sommità impera una categoria minoritaria con formazioni molto specifiche e – soprattutto – liberata da impegni territoriali. Inoltre permette di rappresentare lo sradicamento come il destino prestabilito dell’uomo moderno così come l’abbattimento di ogni trascorso storico. Una pesante, totalmente  indiscussa, forma di alienazione. L’eterogeneità non è atro che l’omogeneità basata su contesti più ristretti. Il repubblicanesimo diventa equivalente al razzismo.

Ciò che permette ai formatori “universitari” mainstream, di poter affermare che il problema da risolvere resti “essenzialmente” il superamento dei disvalori della popolazione stanziale, rimasta appunto incolta, xenofoba e razzista.