l’arte per …avere ragione

Quattro lungometraggi rivisti recentemente.
Diciamo li ho voluti riconsiderare con particolare attenzione.

Quasi amici – (Intouchables)
Quasi nemici (Le brio)
Non sposate le mie figlie! (Qu’est ce-qu’on a fait au bon Dieu?)
Cena tra amici (Le Prénom)

Si tratta di quattro film francesi. Quindi europei. Lontani dai blockbuster prodotti dallo ziopaperone d’oltreatlantico che, pure lui, usa il cinema per diffondere la “sua” buona novella ideologica. Oltreché dell’informazione spettacolo, ci si serve anche delle grandi produzioni cinematografiche per indirizzare i gusti e soprattutto l’ideologia, capisaldi utili alla costruzione di quella famosa egemonia culturale tanto utile (anche) al consumo mercantile.

Capita magari pure, con conoscenti (alcuni entusiasti), di chiacchierare di codesti film che presentano aspetti simili di ambientazione, anche se differenti per quelli narrativi. “Le prénom” si discosta, tuttavia, dal tema delle discriminazioni etniche, per muoversi in un contesto più specifico. La similitudine più evidente dei quattro messaggi cinematografici è, appunto, l’universo alto borghese dell’ambientazione. I personaggi principali fanno parte di una borghesia (bendisposta/bobos) ricca e colta tipica di alcuni milieu delle grandi città europee, che si “confronta” – anche se il termine potrebbe essere esagerato – con la differenza (edulcorata) di status sociale e culturale della popolazione immigrata.

In “Quasi amici” si parla, appunto, di una “quasi amicizia” tra un ricco manager francese di “souche” e Driss, un giovane di colore con un passato da piccolo delinquente. Si dice sia ricavato da una storia più o meno vera. Anche in questo caso il dramma e la lezione moralistica si propongono a livelli di reddito… intouchables. Si gioca sulle tragiche condizioni di Philippe, un milionario che vive in una lussuosa palazzina di un quartiere protetto del centro cittadino. Ricco e colto uomo di mezz’età, tetraplegico a seguito di un incidente di parapendio, il primo. Accudito da un iperattivo e disincantato portatore di vitalità, il secondo. Condizioni umane inversamente proporzionali per le reciproche estrazioni sociali. L’uno dovrebbe compensare l’altro, quindi portarci a riflettere sull’importanza esistenziale delle diversità. Una metafora, direi continentale: nel senso di un vecchio continente immobilizzato nei ritmi di crescita confrontato con un’immigrazione giovane e creativa. Driss, tra l’altro, risolve con un’aggressione fisica e – si presume – con il plauso della platea, una semplice contesa di passo. Un “framing” europeo?

Il secondo non è il sequel del primo. In francese prende il titolo di “Brio”, che si può tradurre con talento, abilità. In versione italiana ne scimiotta il titolo , forse per recuperare anche gli spettatori del primo. Ha una trama tutta sua, segue altri percorsi. Coinvolge Schopenhauer, l’arte di aver (sempre) ragione, ovviamente insiste sulle diversità culturali, seppur a livello accademico. Alcune scene, bisogna pur ammetterlo, sono sublimi.

Il terzo della lista affronta pure il tema della discriminazione culturale: lo fa senza se e senza ma, addirittura sulle tracce del famoso “Indovina chi viene a cena”. Ha la pretesa, e qui il termine non è esagerato, di farci riflettere (“sdrammatizzando”) sulla base di improbabili matrimoni misti, all’interno di famiglie facoltose e colte. Da posizionare nella categoria film glamour-innocui con una storia edificante, manovrando nel positivismo sociale combinando risate, emozioni per sentirsi bene di spirito. “Non sposate le mie figlie” è una commedia consolatoria come vediamo sbocciare sempre di più all’interno del cinema europeista d’en haut. Intrecci affettivi all’interno di un multiculturalismo mondano, facilitando così l’idea che tutto ciò possa avvenire in modo scanzonato e liberatorio.

“Le prénom” è tratto da una pièce teatrale. Nasce da una provocazione indotta con colpevole leggerezza: un pesante equivoco innescato di proposito da un componente di un clan famigliare alto borghese. Ma non è tanto la bravura degli attori e lo spessore del momento clou quando vengono a galla, a causa del fraintendimento, attriti familiari ben camuffati da una lunga frequentazione. Il nome (prénom) è l’indicibile Adolphe, che si pronuncia tuttavia come il famigerato nome tedesco, con tutte le implicazioni del caso. Ciò dà la stura a una feroce lite salottiera che ha che fare con un “antifascismo” molto ben manifestato – tuttavia assai teoretico – tipico di molti intellò metropolitani.

Nei quattro film siamo calati in condizioni sociali gratificanti perché temperate da contesti esistenziali lontani dalla realtà oggettiva. Queste opere, seppur desiderose di affrontare le problematiche sociali, utilizzano pur tuttavia uno schema che preferisce fare appello a un certo ottimismo, piuttosto che affrontare la realtà dei conflitti. Ci sarebbe pure da sorridere di fronte all’ingenuità di codeste narrazioni se non ci fossero – nella realtà – veri drammi che percorrono i ceti popolari.

Eccoti servita la nuova stagione delle favole del terzo millennio che come tutte le favole che si rispettino assicura il lieto fine….vissero tutti felici e contenti. Appunto nelle favole. In realtà la latitanza civica degli intellettuali della sociologia cinematografica ufficiale, oltreché essere assordante, è sostanzialmente unilaterale. Anche quando sarebbe necessaria e utile all’esercizio di una lettura critica del nostro presente. Dello stesso filone ci sarebbe da aggiungere un quinto film, “Il professore cambia scuola”, titolo originale: Les grands esprits. Ma quest’ultimo merita uno spazio tutto per sé, quindi se ne riparlerà. Come vitale antidoto, per ora, non ci restano che le implacabili analisi di Ken Loach.