identità locali

L’ideologia mercantile è la negazione stessa dello stare insieme (costruire, formare, educare… pagare le tasse) , ed e anche la scomparsa del senso di comunità. Il sistema-mercato conta sulla spinta competitiva, induce alla lotta personale finalizzata all’accesso alle migliori opportunità. Un’attività non condizionata da un territorio, un agire non “stanziale” sono le ricette indotte.

Probabilmente uno su mille riesce a coniugare tutta o una parte della sua esistenza con codesti “altri valori”. Alla condizione di essere in possesso di una formazione “adeguata” proprio come le merci: just in time. Ma mille ci provano e questo basta per mandare avanti il sistema. Le migrazioni economiche si situano in questo contesto.

In fondo ci sarà sempre chi sta meglio, ci sarà sempre un primato economico da dover raggiungere per soddisfare quel vitale bisogno di riuscita personale. Certo è che esistono contesti di partenza estremamente eterogenei. Questi sono determinati dalla situazione storica, politica ed economica che una comunità ha saputo costruirsi (oppure ha dovuto subire). Ciò diventa il contesto sociale dal quale si si parte o addirittura si fugge.

D’altro canto la cosiddetta unità antropologica degli esseri umani spesso reclamata da chi si proclama progressista sarà pure un ottimo ideale, ma le diseguaglianze economiche (perfino in crescita) impediscono quelle condizioni essenziali di equità senza le quali la libertà è appannaggio dei pochi. Per gli altri rimane la titanica lotta della pura sopravvivenza anche attraverso poderose migrazioni geo-economiche.

Esclusi i contesti in guerra, il lasciare la propria comunità originaria è un sacrificio determinato da condizioni di inaccettabilità talvolta superabili.  Anche perché il costo di un abbandono potrebbe essere orientato invece a un  impegno finalizzato alla soluzione dei mali che affliggono la comunità anagrafica di appartenenza: migliorare le condizioni comuni di partenza piuttosto che cercarne altre precostituite, potrebbe essere una proposta coerente con il bisogno di autodeterminazione.

Assistiamo invece da più di un trentennio allo sviluppo di un élite apolide la cui fedeltà va al successo personale e a quella forma di ricchezza privata in sintonia con quella economica globale, piuttosto che mirata agli interessi del contesto sociale nel quale viene fissata la propria instabile dimora. Quindi una scelta assai ideologica che si contrappone ad ogni idea di responsabilità sociale e che, soprattutto, evita scientemente di partecipare alla costruzione civica del contesto in cui si è inseriti.

In altri termini risulta assai difficile, se non addirittura impossibile, condividere simultaneamente una democratica autodeterminazione nazionale con la competizione imposta dalla globalizzazione economica. Questo è uno degli aspetti determinanti che fanno del cosiddetto sovranismo lo scomodo avversario da contrastare perché elemento di disturbo di quell’imponente sforzo di privatizzazione economica messo in atto dagli apparati ideologici e centrato essenzialmente su uno sfacciato uso della retorica liberale dei diritti umani.

Si digerisce tale etica sgusciante giustificandola con assurde questioni relative a condizioni meritocratiche. Sarebbe necessaria una riflessione sulle disgraziate identità locali per rilanciare un vero e urgente agire condiviso. Tuttavia la dottrina individualista contemporanea esclude ogni ipotesi in tal senso.