pauperismo locale

La memoria diventa spesso complice di perversi meccanismi. Correva infatti l’anno 2008 (e con esso il cataclisma del sistema “gestionario” globalizzato) quando gli stati furono costretti ad assorbire le miriadi di miliardi di perdite del “neocapitalismo integrato” e trasformarle (obbligatoriamente) in debito pubblico. Quello fu il momento nel quale pochi hanno colto il segnale che, politica e finanza, avevano ormai edificato un sistema organico.

Tra l’altro la maggior parte degli apprendisti stregoni, nonché artefici di tale disastro, tranquillamente e con altri incarichi, stanno affinando l’astuto meccanismo.

Tutti lavoratori occidentali hanno due alternative: migrare e competere molto duramente con manodopera abituata a standard remunerativi schiavistici, oppure, (anche e soprattutto sulla pressione dei governi fedelissimi esecutori dei diktat economici… del risparmio) accettare (in patria) la cancellazione totale di tutte le conquiste sociali ottenute dai loro padri e dai padri dei loro padri: cedere al pauperismo locale. Non a caso è aperta un’astuta lotta per accaparrarsi quei posti politici/burocratici/amministrativi/gestionali/ statali e parastatali “blindati” sempre e comunque assegnati alle poche e privilegiate famiglie di arrampicatori sociali.

Ricoprire questi incarichi e da lì poter predicare (per gli “altri”) le pretese qualità di un programma che favorisca lo statuto umanamente uguale (sia economico sia sociale) per tutta la cittadinanza planetaria. E ci siamo convinti o ci hanno convinti di poterlo concretizzare a beneficio di tutti. Possiamo anche chiamarlo un processo mentale indotto, volendo. In ogni caso una frode globalizzata.