accessi preclusi

“C’è chi sfrutta la vertiginosa complessità dei temi contemporanei e offre risposte rapide a problemi difficili. Complessità vuol dire anche umiltà e precauzione, virtù di pochi, anche nel passato”.


A parte la virtù “dei-pochi-(anche) nel-passato”, che suona un poco …elitario, per il resto si potrebbe annuire. Tuttavia si dovrebbe anche saper distinguere la cosiddetta “complessità” dalle semplici chiacchiere. Vaste sujet.


“La città dev’essere di tutti: giovani/vecchi, uomini/donne/bambini, benestanti e precari, ognuno deve trovare un suo spazio d’identità urbana, come pure un necessario sostegno alla propria dignità specifica, ciò che gli anglosassoni, con un termine puntuale, chiamano “inclusion”. “La città deve inoltre sviluppare il senso della differenza e la conservazione delle diversità”.


Se per alcuni tele-radiofonici “esperti di turno” in questi giorni di luoghi comuni – è attività preferita quella di inondarci di altrettante amenità – ecco che lo spiegare la complessità del tessuto urbano diventa un percorso di banalità contraddittorie. Direi (evitando ogni complessità) trattarsi di semplici chiacchiere zeppe di ovvietà che pretendono di assumere il significato di riflessione colta. Forse e magari sarebbe assai più costruttivo (tuttavia molto più “complesso”) riflettere – in un mondo di “indiscriminata” competizione sociale – su come tentare di affrontare i “discriminanti” conflitti presenti tra le diverse sensibilità esistenziali (anche) urbane.

Vaste sujet …pure quello delle disparità. Il tema delle “inegualità” contempla probabilmente anche l’auto-segregazione, con la tanto discussa …autogggestione. Non uniformarsi, mobilizzarsi per isolarsi da quelli di cui non si condivide lo status. Non riguarda solo gli squatter.


Un fenomeno piuttosto complesso proprio perché, come dicono (a torto oppure a ragione) i pessimisti: “viviamo in un mondo dove “l’unica misura” te la dà il denaro”. Se (la misura) è poi determinata, usata e imposta dalle differenze economiche, per esempio, si parla di vero e proprio “separatismo sociale coatto”. Resta tuttavia convinzione, assai radicata, che praticare l’autoesclusione sia faccenda per soli “proletari”, così da non dover assumere quanto, la segregazione territoriale, sia il risultato di tensioni tra contesti opposti.


Anche perché la richiesta di “stare tra simili” viene, forse e soprattutto, dall’alto. Un “comunitarismo” che sgocciola dall’alto della gerarchia sociale. Come il famigerato trickle down. Zone “esclusive” che sono il fiore all’occhiello degli annunci immobiliari: appartamento “esclusivo” in quartiere …esclusivo. Exclusivus: che esclude. cioè l’organizzazione territoriale frazionata in tribù di simili.

Ciò significa la sospensione di una coesione territoriale basata su un’ampia condivisione a carattere collettivo, perché sostituita da una frammentazione del concetto di appartenenza su base di omogeneità di vario genere. Quanti accessi alla bellezza naturale (collettiva) di un lago, ad esempio, sono preclusi da un perentorio e ben evidente avviso di divieto di passo.

Per cui si potrebbe perfino azzardare che qualsivoglia idea di vivere in ambiti “esclusivi” rimanga un chiaro tentativo di abolizione dell’eterogeneità sociale e la rinuncia della concezione civica di uno spazio comune. In parole semplici, vivere nel proprio brodo. Ancora più semplicemente: muri sociali. Un affare assai triste. Se ne parla poco: si svolge sottotraccia, sommerso. Lo si percepisce solo negli incresciosi intoppi. Oppure a giochi fatti. Cippirimerlo.


In altri termini: l’umanità fatica a prendere coscienza del delicato rapporto esistente tra bene pubblico e bene privato, dove quest’ultimo prende il sopravvento soprattutto in zone di privilegio, negando al cittadino comune la fruizione legittima di uno spazio di territorio che si presume – nell’immaginario – collettivo. Mi rendo anche perfettamente conto di essere più o meno tutti assuefatti all’idea che il diritto di proprietà sia una delle irrinunciabili conquiste del liberalismo contemporaneo, così come spesso si dimentica che la difesa della proprietà privata sia una particolare forma di salvaguardia della propria sovranità. Vale a dire: si rivendica la volontà di poter essere “sovrani” all’interno del proprio territorio privato. Una forma di sovranismo a misura individuale. Il diritto difende tale riconosciuta sovranità. Nessuno si è mai sognato (bolscevichi esclusi) di condannare codesta forma di qualità giuridica.


Seppure la “sociologia accademica” parrebbe dare per scontato che la città debba(!) “sviluppare il senso della differenza e la conservazione delle diversità”, (concetto azzardato proprio perché ambiguo) su un piano maggiormente pragmatico si potrebbe perfino essere contrari a tutte (dall’alto o dal basso) le richieste di “autogestionarsi” proprio per non assecondare l’indiscriminato concetto di (auto)esclusione protettiva, quindi il consolidarsi di insanabili recinti incentrati sull’appropriazione di ciò che potrebbe appartenere (anche) alla collettività. Per evitare, infine, di essere additati quali promotori di qualsiasi forma di separatismo sociale e incrementare vere e proprie simmetrie di autogestione: forme alternative che diventano perfino …complementari. Fenomeno nient’affatto…urbano. Nel senso di scarso senso civico.