normalità esclusive

La stratificazione urbana segue logiche conosciute le quali si basano su una separazione rigida, relativamente alle condizioni di reddito. Gli studi in tal senso dimostrano che i primi a fuggire dai contesti convenzionali sono i possessori di alti redditi che utilizzano la strategia del “confinarsi tra simili” per meglio proteggere la propria privatezza e il proprio status. Questo avviene per “segregazione economica” ciò che ha determinato e determina l’alto costo dei terreni, l’alto prezzo degli immobili e affitti stellari: insomma zone d’accesso “esclusive”.

Tutta l’organizzazione sociale che ne deriva: migliori servizi, migliori condizioni abitative, migliori scuole anche a carattere privato, allontanamento degli estranei, stabilisce un privilegio d’ordine sociale circoscritto in ambito pubblico. Interi quartieri urbani diventano impenetrabili. Vengono così a crearsi quelle condizioni di esclusività che creano le basi di ciò che poi viene considerato come un fatto di normalità.

Chi nasce e cresce nei quartieri privilegiati in larga percentuale, ha poi accesso a diplomi di studi superiori, proprio perché già nella prima infanzia gli scambi familiari, quindi educativi, avvengono in un ambito culturalmente privilegiato: una sorta di (neo)aristocrazia cultural-redditocratica votata alla sua autoriproduzione. Questo è il celato impatto del contesto sociale che si riversa sul destino individuale che viene venduto come “merito”. Viceversa nei quartieri svantaggiati avviene l’esatto opposto ciò che ha conseguenze nefaste, perché determina non tanto la retorica “sana” competizione bensì una latente confrontazione.

I “perdenti” saranno costretti a condividere un’esistenza assai penalizzante, segnata da manifesti disagi, chiamati a dover utilizzare mezzi di pura sopravvivenza che saranno – inoltre – assai contesi : ambiti già presenti in molte realtà metropolitane. Nasceranno così sempre più esperienze di autogestione di quartieri, di servizi e quindi di consuetudini sociali. Ritirarsi nel proprio ambito come scelta identitaria. Nelle grandi metropoli occidentali è ormai un fatto scontato. I vincenti resteranno tra loro e gli altri saranno sottomessi all’impossibilità di poter scegliere. Un sistema economico globalizzato che non vuole considerare le paradossali conseguenze sociali collaterali.

Alle nostre mini-latitudini c’è chi guarda codesta realtà come importabile. Il desiderio di “autogestione” non è altro che uno degli infiniti sintomi di una richiesta “comunitaria” relativamente al modello mondializzato. Non si tratta tanto di accettare o rifiutare tale stato di cose. Si tratta di descrivere il fenomeno in modo trasparente, mentre lo si presenta annacquato e offuscato per non inquietare i perdenti predestinati.