rimpianti funzionali

Anche buona parte dell’informazione non è esente dalla responsabilità dell’attuale degenerazione semantica. Mal nommer les choses, diceva Camus, c’est ajouter au malheur du monde. Perfino il termine “dittatura” ha perso il suo tragico (reale) significato.

Ci sarà pure qualcuno sollecitato da una semplice domanda e cioè come mai parte della grande informazione quotidiana insista, sistematicamente, sui disagi imposti dalla pandemia? Titoli ricorrenti: “Rinchiusi fino a quando?” “Il mondo dei giovani in rivolta”. Oppure: “Il lockdown: prigionia che riduce il benessere psicofisico”. Che scoperta, si potrebbe aggiungere. Sarebbe come dire che se hai un amico depresso, per sollevargli il morale gli ripeti ogni giorno che la sua condizione è avvilente.

Ci sarà pur tuttavia chi è viceversa convinto che il miglior modo di aiutare le persone nel trovare (anche) quegli strumenti mentali necessari a poter reggere le insidie di questa drammatica stagione, possa essere quello di tentare di dare un significato di “superabile provvisorietà”, alla condizione imposta dalle doverose restrizioni. Invece di sottolinearne gli ovvi disagi di ordine psicologico, mi sento di suggerire un mediatico “care team” transitorio. Insomma, un richiamo alla resilienza.

Procedimento usato, per altro, in tempi cosiddetti “abituali”, dove il sostegno mediatico mondano ci sottopone(va) a martellanti inviti a consumare sedativi happy hour dal sapore di esotici spritz e a promettenti incontri da spiaggia …urbana, per tentare di obnubilare i disagi sociali della …normalità. Se lo si faceva lì, nella cosiddetta consuetudine “ricreativa” e con “strumenti strategici raffinati”, c’è più di una ragione per tentare di farlo adesso con metodi (almeno) dialettici.

A meno che …lo scopo di cotanta pessimistica e martellante quotidiana propaganda sui disagi pandemici attuali, sia essenzialmente quello di “imporci un funzionale rimpianto”. La nostalgia di quella “presunta normalità da …sudditanza” sostenuta, forzatamente, con l’industria terapeutica del divertimentificio, la “ricreazione” organizzata diffusamente per non avvertire il pesante fardello della struggle for life. Inoltre la crisi ha rivelato ciò che già si intuiva: molti vogliono considerare esclusivamente la propria libertà individuale escludendo la responsabilità collettiva che la rende possibile.