bouganvillee intramuros

Immaginate una serie di ville adagiate a sufficiente distanza tra loro su un tappeto verde costantemente irrigato. Vaste parcelle tenute a green monocolore e accudite quotidianamente da squadre di giardinieri. Lunghi viali in porfido multicolore.
Residenze simili seppur non identiche. Sfumature diverse nelle tonalità degli infissi high tech, nel colore delle rose e delle bouganvillee, come pure le contenute nuance cromatiche delle automobili – di grossa cilindrata – ferme davanti a solenni entrate. Spesso, nel bel mezzo della pregiata radura vi è una piscina di dimensioni non indifferenti. Senza dimenticare di strizzare – qua e là- l’occhio al neo eldorado ecologico con edifici “minergie” e aiuole biodinamiche.

Le taglie di queste privatizzazioni sono assai variate: vi sono enclavi per grandi ricchezze come pure per disponibilità meno pesanti: ordini di grandezza sottoposti a una gerarchia redditocratica secondo la quale ciascuno accede alla condizione che desidera sulla base dei mezzi ci cui dispone. Per i sempre più numerosi mini-paperoni vi è uno specifico dato “comunitario”: l’utente sottoscrive una “carta” nella quale accetta determinate restrizioni sui volumi degli edifici, sull’estetica di base, sul tipo di vegetazione degli spazi verdi comuni. Accetta, con l’idea di una urbanità protetta e selettiva, anche regole collettive di privilegio: norme di condivisione e di omogeneità stabilite da un club di status.

Attorno a tutto il perimetro esclusivo si estende una cinta muraria sormontata da inferriate con pretese d’eleganza, ben forgiate con il gusto per il dettaglio, quasi a volerne camuffare la loro funzione… esclusiva. Ad ogni cambiamento di angolo di recinzione  gli occhi spietati di una capillare videosorveglianza ci annunciano l’impossibilità di ogni tentativo di accesso non gradito.

L’entrata principale, di codesta segregazione urbana, è sorvegliata da uno o più addetti con auricolari e cani addestrati, agenti dentro una garrita costantemente collegata con una centrale che si occupa di controllare… l’insicurezza dei dintorni esterni. Tutto ufficialmente in nome di una legittima protezione, tuttavia assai più probabilmente in nome della omogeneità socioeconomica.

In molti di questi mondi a parte, vi sono palestre, servizi commerciali, scuole private, studi medici, assolutamente destinati agli abitanti selezionati. Gadget tuttavia perfino insufficienti a tranquillizzare la fobia degli indigeni per il mondo perturbato che sta fuori da questi bunker dorati.

Lì dentro ci abita il popolo che ritiene quanto le minime conquiste sociali di quelli rimasti esclusi sia un dispendioso privilegio da abrogare soprattutto per evitare il fastidio di partecipare al loro finanziamento.

Chi dimora negli strati alti della gerarchia sociale incarna il canone che non va per definizione discusso, ma accettato e inseguito fino alla tardiva constatazione che codesta condizione è, nella stragrande maggioranza dei casi, impossibile da raggiungere. Questo basta a legittimarne la  sua collocazione di inalterabilità.

Adesso parliamo di muri, anche di quelli quotidianamente oggetto di dibattito.
Se volete.