equivoci devastanti

Vi sono temi che hanno la potenza e la pericolosità simili a quelle di un ordigno nucleare. La qualità e la precauzione riservate al loro trattamento, in trasmissioni radio televisive, tanto per iniziare, le si potrebbero già immediatamente definire dal criterio di scelta degli invitati, ovvero dal loro indispensabile e necessario, quindi indiscutibile grado di conoscenza dei delicati aspetti di un tema a così alto potenziale, così come anche dalla loro capacità di sapersi esprimere con pedagogica chiarezza e, soprattutto, con garante professionalità. Spesso non ci siamo: la competenza manifestata è inversamente proporzionale a una evidente dose di militanza.


Ora salta fuori che i termini quali razzismo ( “razzialismo”), xenofobia, discriminazione, separatismo, multiculturalismo, cosmopolitismo, etnocentrismo, tribalismo, identità culturali, risultano sovente concetti snaturati proprio perché sciolti in una brodaglia servita senza quelle fondamentali distinzioni del loro specifico – seppur contiguo – significato, ciò che porta perfino al rischio di alimentare equivoci devastanti.

Assai difficile , perfino impossibile, poter seguire ed ascoltare almeno una volta una voce che sia un pochino divergente, che esprima opinioni almeno minimamente distanti dalla tendenza mediatica mainstream. Che faccia testimonianza di un intero patrimonio saggistico di riconosciuta competenza e di salutare equidistanza. Parrebbe invece che l’infotainment abbia radiato volontariamente ogni opinione critica, subito classificata come eretica. Tanto si parla di fake news e sulle no news…silenzio assoluto . Ciò che sembrerebbe confermare una sospetta colonizzazione di ogni spazio informativo. Ogni discriminazione (anche informativa) esprime una gerarchia di potere.


Inoltre a tutto ciò si aggiunge l’ autocompiacente abitudine degli animatori di voler sfoggiare una vera o presunta competenza che li porta a introdurre le questioni con chilometriche premesse, spesso così tanto unilaterali, da lasciare poco spazio interpretativo all’interrogato di turno. Infine la pressante richiesta “compensatoria” fatta agli ascoltatori di porre domande via “social”. Presumo trattarsi di centinaia di richieste che rimangono tuttavia inevase, se non per le tre o quattro sporadiche “passate” distrattamente ai microfoni e perfino di tendenza.


Alla fine trapela poca chiarezza, poca riflessione, nessun vero approfondimento che permetta, a chi ascolta, di ampliare quei basilari concetti che lo possano anche condurre ad interrogarsi sulla solidità delle proprie convinzioni: quindi potersi aprire a un utile percorso di riflessione costruttiva.


D’altra parte, e purtroppo, ho sentito più volte ripetere che il compito del giornalismo non dev’essere quello di fare della pedagogia. Sarebbe come implicitamente confessare che il suo scopo sia quello di ottemperare alla propaganda imposta dal “clima” egemone e dalle relative ricadute pubblicitarie. Quindi un’autocertificazione di indipendenza vale per quel che vale. Anzi, per chiarezza e trasparenza, sarebbe concetto da superare perché, in sostanza, “informazione indipendente” potrebbe perfino essere un classico …paradosso. Il che porrebbe seri interrogativi sui limiti di una reale oggettività dell’informazione (anche) a gestione pubblica. Anzi, spesso ti arriva solo la conferma di navigare nel …buio delle opinioni.