tuttavia e malgrado

Assai difficile , perfino impossibile, poter seguire ed ascoltare almeno una volta una voce che sia perfino dissidente, ecchédiamine (peraltro già altrove magari nota in ambiti perfino qualificati dalla saggistica specifica) che esprima, opinioni almeno minimamente distanti dalla tendenza mediatica mainstream. Parrebbe invece che l’infotainment abbia radiato volontariamente ogni opinione critica, subito classificata come eretica. Ciò che sembrerebbe confermare una sospetta colonizzazione di ogni spazio informativo.

Ne è la prova la scaltra ambiguità, insomma quella goliardica fake quotidianamente diffusa relativamente al concetto di solidarietà che si vuole proporre come esclusività funzionante tra stati interdipendenti: leggasi unificati da trattati sovranazionali . Come se la solidarietà, tra territori politicamente uniti da bolle sovrastatali, si debba ritenere, per decreto ideologico, qualitativamente migliore di quella ottenuta invece tra realtà nazionali politicamente indipendenti. Ciò che spesso si evince anche dagli apporti dei soliti “analisti strategici”: soprattutto strateghi nel saper gestire il proprio quotidiano spazio mediatico.

Cosicché dai catodici diffusori di opinioni scontate, per poter apprezzare aspetti divergenti dal trend egemonico si è costretti a dover attendere la tarda serata per incontrare magari e fortunosamente un altrettanto negletto docu-film dal valore critico oggettivo e pertinente.

Inoltre l’annosa questione dell’affidabilità della stampa “certificata”. Una vecchia faccenda.  Ciò nonostante sappiamo  che  molti abbiano ormai da tempo intuito che tra informazione e propaganda le differenze siano ormai impercettibili. Le news, anche quotidiane, risultano essere sempre più il prodotto finale di un invisibile processo ideologico.

Un gran numero di “agenzie informative” si (auto)definiscono tuttavia e malgrado “indipendenti”. Anche in questo caso viene usata un vecchia e superata etichetta: non legati a uno schieramento politico, a un partito o a uno specifico credo, si afferma. Ciononostante è altrettanto imprescindibile il fatto dell’inevitabile patrocinio di uno specifico patrimonio di idee, di una corrente di pensiero, di un’area ideologica affini alla concezione economica, politica, filosofica, perfino confessionale specifiche dei suoi finanziatori: il cosiddetto patrimonio dell’inconscio editoriale (comunemente definita come scelta editoriale) che indirizza la famosa… fabbrica del consenso.

A proposito dell’evidente condizionamento ideologico, le perle “peggiori” s’incontrano in questi drammatici giorni: leggo con particolare ironia e relativo immediato disgusto prese di posizione di “eminenze” giornalistiche che si pongono (ora) retoriche domande sugli evidenti (a loro dire imprevedibili) eccessi della globalizzazione. Il fatto è che l’imprevedibilità appare come un pretesto assai cinico, se confrontato con un’immensa saggistica da tempo assai critica sulle (prevedibili e previste) nefaste ricadute di un’estrema e acritica mondializzazione: aspetti ai quali non è mai stata data voce sulle pagine (e dagli schermi) del giornalismo paludato, che ora flirta perfino col vento che parrebbe cambiare.

Interessante, per certi versi, anche il continuo giocare sui termini di responsabilità individuale e  responsabilità collettiva: che parrebbero identiche, ma che nascondono profonde e taciute differenze ideologiche legate alla fuorviante convinzione che la società sia la semplice somma di comportamenti individuali. Il minimo che si possa dire è che il giornalismo post-democratico, oltreché essere deleterio, apre la strada alla disinformazione.

D’altra parte, e purtroppo, ho sentito più volte ripetere che il compito del giornalismo non dev’essere quello di fare della pedagogia. Sarebbe come implicitamente confessare che il suo scopo sia quello di ottemperare alla propaganda imposta dal “clima” egemone e dalle relative ricadute pubblicitarie. Quindi un’autocertificazione di indipendenza vale per quel che vale. Anzi, per chiarezza e trasparenza, sarebbe concetto da superare perché, in sostanza, “informazione indipendente” potrebbe perfino essere un classico …paradosso. Il che porrebbe seri interrogativi sui limiti di una reale oggettività dell’informazione (anche) a gestione pubblica. Anche qui: lourde tâche.