il futuro è un’ipotesi

Si cita spesso Orwell. Da destra e da sinistra. Dal centro e dagli estremi: Orwell. Già. Mille novecento ottanta quattro. L’oppressione totalitaria, collettiva, hard.

Si cita meno Huxley (osservazione empirica, ovviamente). Nel suo “ il Mondo nuovo” narra di una società organizzata in caste rigidamente impermeabili con il mito del progresso tecnico e la paura dei libri . Una vita affettiva finalizzata al piacere e sollevata dalla procreazione che avviene, invece, in provetta. La “soma” è una droga concessa e distribuita per sospendere ogni passione. Permette di evadere dalla realtà, sbarazzarsi dei pensieri negativi e omologa una forte mentalità gregaria. Esclude, infine, di poter mettere in causa la stabilità politica di quest’ordine congelato.

La musica mediatica contemporanea ci assilla invece e comunque con il pericolo orwelliano del totalitarismo imperativo e con la sua conseguente negazione esplicita di ogni libertà: ovvero il superamento del liberalismo. Comprendo perché si abbia un po’ di timore nel citare – viceversa – Huxley. Forse perché quel “mondo nuovo” da lui narrato assomiglia troppo al “nostro” mondo. Certo “da noi” tutto avviene con il mito della “libertà”, del progresso tecnico e con la “soma dell’intrattenimento”. In questa specifica accezione “liberale” si sostituisce la repressione con la seduzione: l’astratta promessa di un avvenire migliore. Tuttavia il futuro è un’ipotesi, come narra la saggezza: oppure un cinico trucco per consolidare una nuova schiavitù.

Eh …la libertà: un concetto così tanto citato, stiracchiato, gonfiato, gridato. Frainteso ed equivocato. Usato. Sempre più insistente quella rappresentazione secondo cui i singoli decidono, agiscono ed esistono in modo assolutamente indipendente dagli altri, in un completo “sé stesso” di autosufficiente “libertà”. Padroni delle circostanze, della propria vita e di tutte le proprie risorse: un concetto che si vuole – ideologicamente – imperante. Mentre sappiamo benissimo che per quanto i nostri obiettivi ci possano apparire come “personali”, sono comunque sempre presi a prestito dall’agire comune. Insomma: il principio che determina l’azione individuale è soprattutto la propria condizione esistenziale relativa a quella dell’altro. Inoltre la liberazione di ogni legame (anche) normativo lascerebbe, in pratica, l’umanità sprovvista di quelle risorse collettive senza le quali la sopravvivenza del singolo sarebbe destinata a fallire.

Semmai si può parlare di “libertà da …consumo personale”. Apparente manifestazione di un insidioso concetto di libertà: consumo, dunque sono, recita un famoso adagio. Ciò che richiama inevitabilmente a una interazione competitiva, quindi alla incessante rincorsa di una distinzione sociale relativa alle “possibilità d’acquisto” che scambia un’opaca discriminazione, come “forma individuale di liberazione” dal fardello del vivere anonimo. Proprio come suggeriva un sollecito osservatore: “la libertà è soprattutto reclamata da chi sa di avere i mezzi per potersela acquistare”. E aggiungeva: “per tutti gli altri può essere solamente inseguita”.

In altri termini: accanto al proclama di un’apparente imprescindibile libertà si annida la volontà di un’omologazione essenzialmente redditocratica che non ha precedenti se non nelle realtà feudali. Uno scenario dove il percorso politico dominante proclama che non vi sono alternative (“there is no alternative”) alla visione neo”liberale” della globalizzazione. Ciò che ci obbliga, inoltre, a sottometterci alle leggi mercantili come l’unica forma concepita di “normalità”. Mi sembra perfino di intravvedere una perfida forma di sarcasmo in quell’incessante richiamo al concetto astratto di libertà.

La libertà “liberale” era in fondo nata per contrastare proprio quelle teorie politiche che assegnavano il potere incontrastato alla condizione ereditata che assegnava una classe di appartenenza con un destino inesorabile. A ben vedere questo discorso quotidiano contemporaneo del “liberi tutti” preme l’evidente ipoteca di una “nuova aristocrazia cosmopolita” composta da chi sa di poter vivere e agire in una dimensione “apolide” seppur blindata, impossibile a tutti gli altri. Una libertà a loro essenziale per poter fruire pienamente dei privilegi ad essa associati. Fautori di un mondo deterritorializzato, compiaciuti di poter essere i beneficiari della condizione di “vincenti senza frontiere e limitazioni”, soprattutto esonerati da quelle responsabilità sociali agli altri viceversa imposte.

Sono, a tutti gli effetti, i “potenti diffusori” del subdolo dogma di un trickle down (gocciolamento) di libertà: “la libertà avvantaggia tutti”, è la loro seducente dichiarazione d’intenti. Ecco che l’dea di libertà può essere agevolmente trasformata in un potente strumento retorico indispensabile al mantenimento della sottostante logica: l’elevazione di alcuni sulla rovina dei molti. E lo si fa invitando a “libertarie” disobbedienze circoscritte ai sudditi, probabilmente destinate a innescare quell’irreversibile attenuazione del senso civico collettivo, decadimento che siamo poi tutti pronti a denunciare come inaccettabile.