il gioco dei numeri

Lentamente e con inavvertibile ostinazione, quella indispensabile e necessaria analisi delle condizioni lavorative all’interno dei vari contesti nazionali, la si vuole far sparire.

Per contro negli ambiti internazionali il sistema giuridico si svuota di ogni legittimo controllo collettivo per abbracciare la causa della responsabilità individuale: si apre così la strada a una sostanziale riduzione dei fatti a caso singolo, (“ad personam”) quindi a una forma di “Giustizia” definita su una scala di valori spesso contraddittori: senza escludere una graduatoria soggetta al potere redditocratico; un “legale d’ufficio bravino” non potrà mai competere con una squadra di “prìncipi del foro” liberalmente prezzolati. Per cui si potrebbe perfino ritenere assai discutibile questa “liberale” condizione del «Diritto».

L’irreperibilità di un dibattito approfondito, perlomeno nello scenario dei milieu progressisti, (anche) sulle crescenti povertà territoriali occidentali, è talvolta riproposto episodicamente per mezzo di statistiche generiche tendenti a dimostrare, con il gioco dei numeri che, per un futuro più o meno remoto, le previsioni potrebbero eventualmente lasciar ben sperare. Un ottimismo coniugato al futuro. Tuttavia sappiamo che il futuro è un’ipotesi. Siamo nell’ambito della diffusione di premesse volutamente indeterminate. Anche perché la “questione sociale” ha cambiato obiettivo.

Beninteso l’attenzione sulle condizioni sociali del singolo non viene totalmente abbandonata. Mutano le posizioni gerarchiche delle sue voci. Il nucleo centrale della “new left urbanizzata” è costituito da un progressismo-accademico-cosmopolita. Molto potente e assai presente nei mezzi informativi, tuttavia poco rappresentativo in termini numerici assoluti: la discussa frattura tra città e campagna è uno dei segnali evidenti.

Questa specifica idea di “analisi sociale” si mostra propensa ad abbandonare una puntuale critica del sistema mercantile – attenuando pure la sua attenzione sulle crescenti discriminazioni economiche all’interno delle comunità territoriali occidentali – per lasciar spazio a continui richiami sulle discriminazioni di genere, di credo, di culture e via elencando intese su una scala “internazionalistica”, proprio per non dover mettere il dito nella devastante piaga del neo-sfruttamento mercantile delle masse.

Un vasto discorso onnicomprensivo che viene spesso usato per neutralizzare e “confinare” ogni critica che si vuole contrapporre al famigerato “great reset” : ovvero la prevista “implementazione” di quella nuova società preconfezionata basata sul fallace presupposto ideologico secondo il quale le differenze sociali geopolitiche (originate anche da un passato coloniale “at the present time indicted”) debbano essere sanate per mezzo della sistematica ridistribuzione planetaria della …povertà: uno dei capisaldi della politica socioeconomica (anche) europea.

Viceversa assistiamo alla cancellazione volontaria di una specifica critica a un sistema mercantile pesantemente discriminatorio che determina le povertà stesse, ciò che diventa strumento di affermazione di una consapevole “anomia neoliberista” di cui ci si interroga su un piano esclusivamente accademico, allorquando le nefaste ricadute ideologiche scatenate, con le relative conseguenze di ordine sociale, disturbano il procedere spedito del “famigerato Reset”.